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Dialogo imprevisto con Girolamo de Michele.
Domenica scorsa mi sono improvvisato "critico letterario", o meglio, ho detto la mia su alcuni libri appena letti. Tra gli altri, ho parlato di un libro uscito da poco, questo:
Girolamo de Michele "Tre uomini paradossali":
190 pagine tese, dense, scritte con ottima mano e con accurata sapienza narrativa nel 1993 da un quasi esordiente, e che vedono la luce dopo 11 anni grazie al meritorio lavoro dei Wu Ming e dei loro 15 lettori residenti. La storia parte dal suicidio di un industriale che si spara con una pistola che anni prima aveva già ucciso: così prende il via l'indagine di un poliziotto e di un investigatore privato che negli anni Settanta avevano fatto parte dello stesso gruppo politico. Anche un altro amico viene coinvolto, dalle pareti di un carcere.. La trama si muove tra "ieri e l'altroieri", tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, passando per un brevissimo, personale, splendido riassunto in poche righe degli Ottanta. Il pregio maggiore è quello di restare lontano dal "Come eravamo" e distante dal "Come siamo diventati". Lascia l'amarezza dei buoni noir, quelli il cui finale, lontano dall'essere consolatorio, ci restituisce una visione delle cose disillusa, e in cui la giustizia viene vista come un fatto personale. L'unica cosa che non ho capito è la nota all'inizio che spiega che nel 1993 nè Pulp Fiction nè Natural Born Killers erano stati girati. E allora? Splendida la foto in copertina.
Il primo commento è stato dell'autore, in risposta alla domanda finale: mi sembra giusto postarlo qui, e non lasciarlo solo tra i commenti.
"L'unica cosa che non ho capito è la nota all'inizio che spiega che nel 1993 nè Pulp Fiction nè Natural Born Killers erano stati girati. E allora?"
Volevo solo dire che i personaggi del romanzo (e il loro autore, spero, cioè io) sono estranei a quella forma di estetizzazione della violenza che Stone e Tarantino perseguivano con quei film.
Girolamo de Michele
Comprensibile eccesso di prudenza. In realtà il testo parla benissimo da solo: non solo non c'è estetizzazione della violenza, ma tra le righe del racconto traspare l'amarezza sia per quella fatta, indipendentemente dai motivi, sia per quella imposta a uno dei protagonisti. Mi viene da paragonare questo romanzo ai romanzi spuri di Massimo Carlotto, "Arrivederci amore ciao" e "L'oscura immensità della morte": non per somiglianze nelle trame o nello stile. Per affinità di retrogusto, piuttosto.
Un'ultima nota: finalmente anche in Italia, da qualche tempo, compaiono libri noir che interagiscono con la nostra Storia recente. Bisogna dire che sia come popolo che come classe dirigente, palese o occulta, abbiamo creato nel corso degli ultimi decenni i presupposti per ottime storie. Che almeno ne escano buoni libri, visto che non ne è uscito un buon Paese.
